Un futuro diverso da Enel è difficile ma ancora possibile

Liberarsi dalla servitù energetica dopo 70 anni di presenza invadente, non è semplice. L'editoriale di Plinio il Vecchio

106
“Sì, va bene l’uscita dal carbone, ma avviamo subito le procedure per convertire gli impianti a gas e a ciclo combinato per non farci trovare impreparati”. Queste, sostanzialmente, le parole del direttore Italia di Enel Carlo Tamburi, che nei giorni scorsi ha annunciato la virata della Spa elettrica per quanto riguarda il futuro energetico, presentando contestualmente le richieste al ministero dell’Ambiente per le conversioni di quattro centrali, tra cui quella di Torre Nord. Il solito atteggiamento da “padrone delle ferriere” quello di Enel, vien da dire, che fa e disfa senza preoccuparsi di condividere nulla con il territorio. E se da una parte l’uscita dal carbone, combustibile già ora non più redditizio dal punto di vista della resa energetica (val la pena riflettere sul fatto che Torre Nord riconvertita alla fine sarà durata sì e no 10 anni), non può che rallegrare, dall’altra il futuro disegnato dall’azienda elettrica non può tranquillizzare. Ha ragione il sindaco Cozzolino a sostenere che Enel non ha concertato niente con nessuno, che il gas non è comunque “aria profumata” dal punto di vista ambientale, che l’impianto darà lavoro a poche decine di persone, costruzione esclusa. Resta da capire perché il primo cittadino, nonostante di “addio al carbone” si parli da almeno tre anni, non abbia cavalcato l’onda assicurandosi due vantaggi fondamentali: anticipare le mosse di Enel e indicare, come parte politica, l’eventuale alternativa; soprattutto avviare un dibattito che portasse la città definitivamente fuori dalla realtà energetica. In parole più chiare, dire: “La presenza di Enel a Civitavecchia finisce con il carbone”. Certo, per sostenere una tesi del genere, i 5 Stelle e tutte le altre forze politiche in campo avrebbero dovuto tracciare da tempo uno scenario diverso per lo sviluppo della città. Purtroppo non è stato così e tutti ora si limitano a commentare gli annunci di Enel, schierandosi pro o contro. Nessuno, però, che si arrischi a prevedere un futuro senza centrali. Ed è proprio in questa mancanza di progettualità che Civitavecchia, città dalle potenzialità, soprattutto nel campo della logistica, infinite, continua a sprecare opportunità. Certo, disegnare ora uno sviluppo alternativo in fretta e furia da contrapporre al progetto del colosso elettrico, è complicato. Ma guardando appena al di là del proprio naso, la strada è lì, già tracciata. Non più tardi di qualche giorno fa, John Portelli, ad di Rct, la società che gestisce il terminal croceristico, ha assicurato che gli accosti dei grattacieli galleggianti a Civitavecchia sono destinati a crescere e di molto da qui a dieci anni. In più il progetto del Marina Yacthing al porto storico è stato assegnato e in tempi non lontani dovrebbe prendere definitivamente corpo. Ciò significa che tra 2/3 anni decine di mega-yacht saranno praticamente “parcheggiati” a pochi metri dalla città. Dunque, basterebbe organizzarsi per “sfruttare” queste presenze, da un lato numerose (i croceristi) e dall’altro ricche (i proprietari di autentiche navi private). Come? In più direzioni. Organizzando in maniera finalmente razionale e redditizia, per il territorio, la gestione dei trasporti per e da Roma. Promuovendo davvero itinerari turistici alternativi in città e nel comprensorio, magari puntando anche sulla gastronomia (ma un mercato del pesce che offra cartocci di fritto fresco ai croceristi, ad esempio, è proprio così difficile da realizzare?). Creando una rete commerciale all’altezza e variegata, in grado di attrarre i visitatori, sia quelli meno facoltosi che coloro che invece possono spendere. E poi c’è l’aspetto industriale. Ma se Genova – da tanto – e Palermo – da poco – si sono dotate di un bacino di carenaggio, per quale motivo non deve averlo Civitavecchia, principale porto croceristico d’Italia e secondo nel Mediterraneo? Per di più con un Marina Yacthing che sta “salpando”. Non balena in testa a qualcuno la prospettiva che con tante navi e tanti panfili in porto, una cantieristica di alto livello possa essere non solo utile, ma addirittura necessaria? E che possa portare tanta ricchezza? In città di bacino di carenaggio si parlò solo ai tempi dello smantellamento della Concordia. Poi più nulla. Enel, con la sua arroganza, il piano per il futuro per Civitavecchia lo ha già messo nero su bianco. Il Comune non lo ha neppure pensato. Ed è una lacuna che prescinde da chi andrà a governarlo. Ecco, la prima e principale sfida per chi vincerà le elezioni riguarda proprio lo sviluppo futuro. Liberarsi dalla servitù energetica dopo 70 anni di presenza invadente, non è semplice. Ma se nessuno ci prova, probabilmente non ci si riuscirà mai. E la città continuerà a essere schiava di un’economia sempre più asfittica che soffoca irrimediabilmente la crescita di tutte le sue vocazioni. E’ questa la Civitavecchia che vogliamo lasciare ai nostri figli? Forse conviene rifletterci con attenzione e magari, invece di litigare su argomenti non decisivi, mettere un po’ di intelligenze insieme, anche di fazioni diverse, per costruire insieme un futuro condiviso e soprattutto più pulito e vantaggioso per chi in questo città e in questo territorio dovrà vivere.
Plinio il Vecchio