La carica dei nuovi “Italiani vivi”

Torna il corsivo del nostro Plinio il Vecchio, dedicato stavolta alla svolta centrista degli ex Pd, i quali hanno virato nel nuovo partito di Renzi

Le prime settimane sono state un po’ in sordina. Sì, Enrico Leopardo e Clemente Longarini, rispettivamente ex segretario ed ex reggente del Pd, a fare da apripista, ma insomma in città la nuova “creatura” di Matteo Renzi non sembrava così attrattiva. E invece nello scorso fine settimana Civitavecchia all’improvviso si è riscoperta piena di “italiani vivi”. Ben 14 tutti insieme (e tutti rigorosamente provenienti dal Partito democratico), capitanati dalla consigliera regionale ed ex deputata Marietta Tidei. Tutti a bordo del vascello del “rottamatore”, ma giurando piena lealtà alla giunta Zingaretti alla Regione e con i piedi ben saldi nel centro sinistra, campo nel quale i fuoriusciti dal Pd garantiscono che continueranno a muoversi. Che il loro capo, cioè Matteo Renzi, sembri far trapelare altri scenari, con l’intenzione di conquistare quella parte del centro politico in libera uscita da Forza Italia e timorosa di affidarsi a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, non pare preoccupare gli “italo-vivi” civitavecchiesi. Ma quali sono gli aspetti politico-programmatici che tanto hanno attirato la Tidei e il suo gruppo nella nuova formazione? Uno in particolare, forse l’unico, almeno a leggere l’intervento della consigliera regionale: mantenere le distanze dal Movimento 5 Stelle. “Pensare a una alleanza strutturale con i pentastellati sarebbe un suicidio per il Pd”: questo sostanzialmente il concetto espresso dalla ex deputata. Peraltro, corroborato a strettissimo giro di posta dalla cocente sconfitta in Umbria del trio Conte-Di Maio-Zingaretti. Anche se, in verità, non c’era bisogno di politologi di grido e neppure di veggenti per prevedere un simile esito. Dunque, sembra essere stata sufficiente una divergenza di vedute sulle possibili future alleanze per convincere Marietta Tidei, Leopardo, Longarini e tutti gli altri a cassare senza grandi esitazioni decenni di militanza nel Pci-Pds-Ds-Pd (i più giovani, magari, solo un decennio nel Pd) e gettarsi in questa nuova, nebulosa avventura. Un po’ come ha fatto il capo Renzi, che dopo aver scalato con successo il vertice del partito, una volta sentitosi messo da parte, ha mollato l’azienda per crearne una propria. Certo, ripartendo da zero o poco più, ma con l’aspirazione di crescere e, par di capire, in assenza di una linea chiara e soprattutto di un quadro politico di riferimento, di diventare a medio termine decisivo per le future alleanze di governo. Il tutto, punzecchiando nel frattempo l’attuale esecutivo che, guarda caso, è stato proprio lui a favorire, mettendo Zingaretti con le spalle al muro subito prima di dar sfogo alle sue brame personali. Ma forse sarebbe più giusto dire personalistiche. In sostanza, un affresco in pochi colpi di pennello di come è diventata la politica nel terzo millennio. Difficile, quindi, credere che Marietta Tidei e gli altri abbiano agito per ragioni ideali. Fossero state queste le motivazioni, le distanze dal Pd le avrebbero potute prendere anche prima, senza dover per forza aderire a un’altra formazione. Se davvero la consigliera regionale non si fosse più riconosciuta nelle politiche nazionali del Pd, ma fosse stata convinta di sostenere quelle regionali del partito, avrebbe potuto restare alla Pisana da indipendente, garantendo il suo sostegno alla maggioranza. Invece fino alla scorsa settimana si era limitata a sottolineare la sua diversità dal Pd, fondando il movimento “Europamondo”. Ora, aderendo a “Italia viva”, il primo pensiero che suscita è quello di voler condizionare l’amministrazione Zingaretti, considerati anche i numeri risicati con cui questa è costretta a governare. Letture maliziose? Può darsi. Resta il fatto che l’azione dei 16 ex dem civitavecchiesi approdati a “Italia viva” odora tanto di scelta calcolata. Riassumibile così: “Nel Pd non c’è più spazio per noi e quindi ce ne andiamo”. Alla faccia delle battaglie dall’interno, del tentativo di far valere democraticamente le proprie ragioni, di proporre nuove politiche, di lanciare la sfida per la leadership. No, il gioco evidentemente non valeva la candela. Meglio andarsene in un movimento vergine, dove i vertici sono da costruire e dove sicuramente c’è meno concorrenza. Uno scissionismo galoppante, che sembra travolgere tutto e tutti. Se ci si riflette bene, un comportamento simile a quello tenuto sei mesi fa, nell’infuocato clima pre-amministrative, da Mirko Mecozzi, Manuel Magliani e soci. Il gruppo, dopo aver lanciato la candidatura a sindaco per il centrosinistra (Magliani), traslocò armi e bagagli (in realtà era già d’accordo) nel centrodestra, naturalmente venendo ben ricompensato. Lì addirittura un cambio di campo; per gli “italiani vivi”, al momento, solo un cambio di posizione. Difficile però pensare che la collocazione di Renzi, e quindi di tutti coloro che lo hanno seguito, resti quella a lungo. Giusto il tempo per organizzarsi, strutturarsi e poi via per altre magnifiche avventure. Sempre che Pd, 5 Stelle, Leu e gruppetti vari, per evitare l’autocastrazione politica, non decidano di mandare tutto all’aria e di proseguire ognuno per conto proprio. Magari cercando di recuperare almeno un’identità.