Sono passati pochi giorni dal ballottaggio e in attesa della formazione della nuova giunta (puzzle tutt’altro che agevole da assemblare per il neo sindaco Tedesco) è forse giusto fare un passo indietro e analizzare ciò che è accaduto. Soprattutto perché la maggioranza 5 Stelle, accolta con tanto entusiasmo nel 2014 (Cozzolino polverizzò Tidei al secondo turno), è stata bocciata senza appello dai cittadini il 26 maggio.

La genesi, prima di tutto. I pentastellati si trovarono al ballottaggio se non per caso, comunque con un pizzico di fortuna: Cozzolino infatti prese 40 voti più di Grasso al primo turno. Poi la trionfale vittoria su Tidei e la conquista del governo cittadino, elemento che probabilmente sorprese per primi gli stessi 5 Stelle. E qui il primo limite: l’inesperienza. Guidare una città come Civitavecchia è complicato, molto complicato. Lo è di più se non c’è una preparazione a monte. E questo esula dall’essere più o meno nuovi nell’agone politico. Semmai ha a che fare con il possedere o meno una classe dirigente. E i grillini hanno dimostrato di non possederla. Pochi gli amministratori pronti: non il sindaco, non diversi assessori. In particolare alcuni di quelli nei posti chiave: Pantanelli, che per oltre due anni ha ingessato lavori pubblici e urbanistica; D’Anto’ che su turismo e cultura è andato avanti a tentoni; Savignani che non è riuscito a districarsi nel campo, obiettivamente minato, delle municipalizzate; la stessa Lucernoni che almeno nel settore dello sport ha mostrato più di una incertezza, lasciando poi un Fattori inagibile e dal futuro tutto da decifrare. E infatti l’avvio amministrativo è stato tutt’altro che esaltante, sia nelle piccole che nelle grandi scelte: l’addio alla Statua del Bacio, diventata simbolo di Civitavecchia, fu il primo errore. Poi il rapporto con Enel: dal sostanziale “non ci parliamo”, a una ipocrita “attualizzazione” di un precedente accordo che ha tolto definitivamente la verginità al Movimento, lasciandolo sostanzialmente in mezzo al guado: anti Enel a parole, non nei fatti, e comunque incapace, in cambio di una presenza sempre invadente e poco contrastata, di ottenere le giuste contropartite in opere. E quelle poi ottenute (bus e parchi) erano di fatto dovute e forse si poteva scegliere meglio. Poi una autoreferenzialità crescente, specie nei primi anni, con l’amministrazione asserragliata a palazzo del Pincio, sorda a critiche, consigli, suggerimenti, richieste persino. E come ciliegina negativa sulla torta, la scissione di fatto dell’estate 2016, poi materializzatasi successivamente, con gli addii di Riccetti e Bagnano. Il tutto senza che la città risolvesse nessuno dei suoi problemi più importanti. Quindi disoccupazione sempre altissima; nessuna politica per razionalizzare la presenza turistica; nessuna politica industriale, magari legata alla portualità, e gestione assolutamente passiva dell’uscita dal carbone; una ristrutturazione del mercato al rallentatore; la scelta discutibile, anche per come è stata veicolata, dell’outlet a Fiumaretta; nessuno o pochi provvedimenti per ottimizzare viabilità e sosta; una raccolta differenziata partita in ritardo e non certo al meglio; una gestione del Traiano di fatto delegata ad Atcl. Insomma, è mancata una vera impronta di governo, di strategia, di cambiamento. Mancanze che l’elettorato ha punito, tornando di fatto al passato.

Chance sciupata. Ecco, la sconfitta principale dei 5 Stelle è aver gettato al vento una occasione storica per ridisegnare il futuro di Civitavecchia. Non era facile, certo, ma l’impressione è che la vecchia giunta non ci abbia neppure provato. Su questo Cozzolino e soci dovrebbero interrogarsi e magari fare autocritica. Trincerarsi dietro la frase “abbiamo fatto tanto, non siamo stati capaci di farlo capire ai cittadini”, sa molto di autoassolutorio e anche un po’ presuntuoso. Non si intravede un briciolo di analisi. E neanche un pizzico di umiltà, quella che è mancata per tutto il quinquennio e che probabilmente sarebbe stata utile.

 

Plinio il Vecchio