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In ricordo di Don Pandolfi, fondatore dello scoutismo salesiano a Civitavecchia

di CARLO DE PAOLIS

Sono quattro i comuni (Civitavecchia, Genzano, Grottaferrata e Lanuvio) che hanno intitolato una via a Don Pandolfi, sacerdote salesiano che ha trascorso la vita negli Oratori di Don Bosco dell'alto e del basso Lazio.

Nato a Pescasseroli il 27 gennaio 1898, gli fu imposto il nome di Annideo, ma lui preferiva farsi chiamare col cognome, come piaceva anche al Santo fondatore della sua Congregazione, costringendo in un certo senso il fratello minore, anche lui salesiano ed assegnato all'Ispettoria romana, a qualificarsi Don Antonio per evitare possibili confusioni.

La sua vocazione religiosa era nata alla fine della Grande Guerra, alla quale partecipò come soldato addetto alle ambulanze, secondo un itinerario spirituale seguito da molti altri suoi coetanei, sconvolti dagli orrori della guerra di trincea in cui la sopravvivenza era spesso legata alla morte di un altro giovane che militava nelle fila nemiche solo perché era nato al di là di contestati confini.

Entrò nel Seminario del Mandrione di Roma il 12 dicembre 1920 e quattro anni dopo fece l'ingresso nel Noviziato di Genzano, dove ebbe la vestizione per mano del card. Giovanni Cagliero ch'era stato compagno e collaboratore di Don Bosco. Sempre all'Istituto salesiano di Genzano frequentò il corso di Filosofia (1924-26), emise la professione religiosa perpetua (1927), fece il tirocinio pratico (1926-29) e iniziò il corso di Teologia (1928-29) che completò a Castelgandolfo (1929-30) e a Frascati (1930-31).

Ricevette gli Ordini Sacri minori a Castelgandolfo (1929) e a Frascati (1930), quelli maggiori a Frascati, dal card. Marazzi (settembre 1931). La prima sede di apostolato fu Cagliari, dove ricoprì gli incarichi di direttore dell'Oratorio e di Prefetto degli Allievi (1931-32); in entrambi gli incarichi si rivelarono subito la grande capacità organizzativa di cui era dotato e la predilezione per i ragazzi più deboli e bisognosi. Ancora direttore dell'Oratorio a Genzano (1932-42), a Civitavecchia (1942-53), a Grottaferrata (1953-63) e a Lanuvio (1963-75). Nel 1975, a causa dell'età ormai avanzata, fu definitivamente trasferito a Genzano come confessore, ma egli preferì rimanere sulla breccia, come semplice aiutante dei più giovani direttori d'Oratorio. E il personaggio più importante per i ragazzini continuò ad essere lui, il vecchio Don Pandolfi, fino a quel 28 novembre 1982 in cui ebbe il terreno tramonto, a Grottaferrata, nella casa di suo nipote Pietro.

Quando Don Pandolfi, nel 1942, era arrivato a Civitavecchia, nessuno avrebbe immaginato che quella sorta di John Wayne in tonaca nera, testardo e roccioso come le montagne della sua regione, dalle maniere spicce, pronto a perdere la pazienza e talvolta anche a menar le mani per difendere i suoi ragazzi dai balordi che facevano del campo di gioco oratoriano l'obiettivo delle loro sassaiole, sarebbe entrato nel mito salesiano, considerato pure che alla guida del locale Oratorio, istituito nel 1928, egli era stato preceduto da due direttori di eccezionale valore, quali Don Ferdinando Lippi e Don Aldo Conti, che avevano lasciato un'impronta profonda nel campo dell'educazione giovanile e quindi era difficilissimo sostituirli.

Avvenne invece che il vuoto provocato nei cuori dalla sua partenza, avvenuta nel 1953, non sarebbe stato mai colmato e che tuttora il suo viso, cotto dal sole e con i lineamenti che richiamano quelli di Don Bosco, continui ad essere il punto di convergenza dei pensieri di quelli che l'hanno conosciuto.

Nell'ultimo dei pellegrinaggi che da Civitavecchia periodicamente muovono in direzione di Pescasseroli, per rendere omaggio alle sue spoglie, un discepolo nel sacerdozio e nella salesianità, Don Livio Mancini, nell'introdurre la recita delle preghiere di suffragio, ha voluto ricordare quale era il fondamento del carisma che animava Don Pandolfi: forgiare gli uomini prima ancora di formare i cristiani; e questo spiega perché gli siano rimasti legati anche coloro, tra gli antichi allievi, che nella vita di adulti avrebbero assunto un atteggiamento tiepido verso la fede religiosa.

All'attività di educatore è strettamente intrecciato il ruolo umanitario che egli svolse insieme con il parroco Don Emilio Pollice durante la seconda guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra. Il 14 maggio 1943 Civitavecchia fu duramente bombardata senza che la popolazione fosse preavvisata dalle sirene d'allarme. Dopo un quarto d'ora il centro urbano era semidistrutto. Si contarono centinaia di morti e di feriti gravi; la città fu abbandonata, e gli abitanti sfollarono in massa nei paesi circostanti. Il successivo 30 agosto Civitavecchia subì il secondo e più terribile bombardamento; ogni residuo di vita si spense e le autorità ordinarono l'evacuazione di tutta la fascia costiera.

Don Pandolfi e Don Pollice rifiutarono di lasciare i civitavecchiesi che si erano accampati nelle campagne o che avevano trovato rifugio nelle casupole dei contadini dell'estrema periferia; smontarono le campane della chiesa parrocchiale e costruirono, in località "Cisterna", una baracca-cappella che restò per tutta la guerra l'unico centro di spiritualità nella città morta. E mentre Don Pandolfi assicurava la continuità della minuscola struttura ecclesiale, il più giovane Don Pollice, armato di zaino e di bicicletta, visitava tutti i paesi a nord di Roma per recare conforto agli sfollati ed accertarsi delle loro condizioni di vita.

Nel giugno del 1944, avvenuta la liberazione di Civitavecchia, l'impegno del sacerdote abruzzese si concentrò sulla ricostruzione morale dei ragazzi che rientravano dallo sfollamento in una città che aveva subito più di 80 incursioni aeree ed era ormai praticamente inesistente. L'Oratorio tornò ad essere un luogo di allegria, dove alla preghiera si alternava il gioco del pallone. Don Pandolfi, ormai vicino alla cinquantina, era una fucina d'iniziative: istituì con Don Pollice e con l'aiuto degli ex allievi più grandi una scuola media in attesa che fosse ripristinata quella pubblica, ricostituì lo scoutismo, ripropose antichi valori e infuse ai giovani nuova fiducia nell'avvenire.

E così, a partire dal 1945, turbe di ragazzini civitavecchiesi (tra cui lo scrivente) cominciarono a frequentare i lunghi campeggi estivi che il sacerdote organizzava nella "sua" Pescasseroli, dove poteva contare sull'aiuto logistico (e finanziario) della famiglia. Il Prato della Corte, Monte Castello, Pratorosso, il Rifugio della Difesa, Monte Tranquillo, Monte Marsicano, Monte Meta, Tre Confini, Forca d'Acero, la Madonna di Canneto, il Lago di Scanno, Val Fondillo, la Camosciara, la Cascata delle Ninfe, il Rifugio della Liscia furono per noi le indimenticabili palestre dello sviluppo fisico e della formazione del carattere, gli scenari di tante sconfinate imprese che affrontavamo gioiosamente al canto delle nenie paesane che lui ci insegnava: Oh, che fresche funtanelle/l'acque belle...

Fu lì che prendemmo confidenza con l'orso bruno e con il camoscio, con lo scoiattolo e con il lupo: animale quest'ultimo che fino ad allora avevamo sentito nominare solo come alter ego dell'orco o quale personaggio della fiaba di Cappuccetto Rosso. Fu lì che conoscemmo le trote, pesci d'acqua dolce un po' addormentati che si lasciavano catturare con le mani nelle gelide acque dell'alto Sangro. Fu lì che imparammo a riconoscere la vipera e la tarantola, a distinguere le foglie del faggio da quelle della quercia, i lamponi dalle bacche dell'uva spina.

Si può capire, dunque, come Don Pandolfi sia entrato nella leggenda e come questa contenga anche episodi che appaiono sorprendenti. Ecco la testimonianza del compianto dott. Luigi Badaloni (1917-1996), dirigente della Banca d'Italia e padre del giornalista televisivo ed ex presidente della Regione Lazio, Piero, che durante la seconda guerra mondiale era ufficiale a Civitavecchia (Voce degli Exallievi ed Amici di Don Bosco, Civitavecchia 1990, p. 9):

E' il giorno del primo bombardamento su Civitavecchia, che distrusse mezza città, facendo moltissime vittime [14 maggio 1943]. Don Pandolfi, malgrado l'assidua consuetudine di rapporti che ci legavano, non aveva mai avuto occasione di venire a casa. Di qui la mia sorpresa nel vederlo improvvisamente comparire sul finire della mattina, indaffarato come sempre. Mi disse di essere passato solo per raccomandarmi di andare da lui all'Oratorio alle tre del pomeriggio, per una questione urgente di cui parlare insieme. La cosa mi parve strana; ci vedevamo quotidianamente e anche la sera prima non aveva fatto alcun accenno alla necessità di parlarmi in privato. Provai a proporgli di parlarne subito, oppure in serata, dato che quel pomeriggio avrei avuto un impegno in casa, ma non ci fu niente da fare. E siccome non si poteva contrariare Don Pandolfi, se non c'erano motivi più che validi, finii col promettere di essere puntuale alle tre, nel suo ufficio all'Oratorio. E così fu, ma non facemmo a tempo a dire neanche una parola, poiché, senza alcun preavviso, si scatenò dal cielo una pioggia di bombe [...] Quando riuscii ad uscire e mi recai a casa, vidi che dell'ultimo piano dove abitavo ne rimaneva una fetta; parte della palazzina era crollata, seppellendo quanti vi si trovavano. Il primo pensiero che mi attraversò la mente fu che poco più di mezz'ora prima, se non avessi avuto quel pressante appuntamento datomi in modo tanto strano, sarei stato senz'altro tra le macerie che stavo guardando allibito. Tornai all'Oratorio nei giorni seguenti e mai Don Pandolfi accennò a quanto avrebbe voluto dirmi quel giorno. E quando, raccontandogli come si erano svolti i fatti, dissi che gli dovevo la vita, sorrise e cambiò discorso. Non sono uno che grida al miracolo, ma quel ch'è certo è che per almeno una volta Don Pandolfi è stato lo strumento di cui s'è servita la Provvidenza per salvarmi da una morte certa.

Il dott. Mario Testa, notissimo medico in Civitavecchia, ricordava invece che il 30 agosto 1943, Don Pandolfi, avendo ricevuto la cartolina di richiamo alle armi come cappellano militare, si avviò verso la stazione ferroviaria per recarsi a Roma e parlarne con i superiori. Sorpreso per la strada dal bombardamento, restò sepolto sotto le macerie di un fabbricato ma venne incredibilmente liberato grazie allo spostamento d'aria provocato dallo scoppio di un'altra bomba. Fu così possibile trasportarlo a Tolfa, dove fu medicato nell'ospedale che vi era stato trasferito da Civitavecchia e trascorse una breve convalescenza presso la famiglia Testa sfollata in quel comune.

Gli ex allievi di Don Pandolfi, pur nella consapevolezza che la vita presenta frequentemente fortuite coincidenze, amano credere che tali fatti non siano attribuibili esclusivamente al caso ma in qualche modo possano essere anche l'espressione di un disegno imperscrutabile che si è voluto manifestare proprio attraverso quel loro venerato Educatore, "forte e gentile" come la sua terra, sempre attento a tenere desta la devozione dei ragazzi nei momenti del fervore e della preghiera, sempre pronto a trascorrere nella spensieratezza quelli del gioco, sempre disponibile alle celie bonarie e alle battute scherzose, tanto più pittoresche sulle sue labbra che hanno mantenuto fino alla fine quella sottile vena di accento della Marsica, che essi non riescono a dimenticare.

Commenti  

 
+1 #1 franco angeloni 2015-01-22 17:55
Don Pandolfi non fu soltanto il fondatore dello scoutismo salesiano.A lui si devono la ricostruzione dell' Oratorio, del salone (il Buonarroti), la realizzazione di campi estivi.L' intero Consiglio Comunale ascoltò partecipe la sua commemorazione e la proposta di dedicargli una via fu accettata unanimamente e immediatamente. Quanti gli fecero visita a Pescasseroli o a Genzano, dove era stato trasferito erano accolti con grande e cordiale ospitalità.Un' estate andammo in numerosa comitiva di adulti a fargli visita a Pescasseroli; a mezzogiorno ci trasferì alle Camosciare dove la sua famiglia ci servì ancora una volta il pranzo.Don Pandolfi trascorse tutto il tempo a girare per i tavoli e controllare che nessuno si allontanasse senza avvertirlo. Come faceva a Civitavecchia quando eravamo giovanotti.Erav amo ormai padri di famiglia con le rispettive mogli, alcuni anche già nonni, ma nel suo cuore ancora i ragazzi del suo Oratorio. Mitico don Pandolfi !
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